Ribaltata
la decisione dell’Asl di negare il permesso di assentarsi
dal posto di lavoro per assistere il figlio
Diritto di cura imposto in sentenza
Due genitori di un bambino diabetico hanno vinto la loro
battaglia
NUORO
<< La domanda è fondata e merita accoglimento>>.
Ci sono voluti tre anni di battaglie legali, ore e ore d’udienza,
perizie e consulenze specialistiche di ogni genere. Tutto
per poter finalmente leggere quelle parole su una sentenza
destinata - come sono soliti ripetere gli esperti - a fare
giurisprudenza, a creare cioè un precedente con cui,
d’ora in poi, si dovrà fare i conti. Una decisione
coraggiosa quella del giudice del lavoro di Nuoro Anna Colli
che ha stabilito una volta per tutte il principio secondo
cui anche i genitori dei bambini diabetici hanno il diritto
di assentarsi dal posto di lavoro per assistere i propri
figli.
È toccato al piccolo Mario - il nome è chiaramente
di fantasia - aprire una strada che adesso in tanti nella
stessa situazione (centinaia solo in provincia di Nuoro,
dove ogni anno si registrano almeno trenta nuovi casi di
diabete infantile) troveranno sgombra. Lui e i suoi genitori
hanno scardinato una prassi inaccettabile, sconfiggendo
quella burocrazia medica che dietro una triste trincea fatta
di tabelle ministeriali e cinismo aveva sempre risposto
picche, a loro come ad altri genitori. Residente a Fonni,
affetto da diabete mellito di primo tipo con instabilità,
Mario non aveva ancora compiuto 11 anni quando, il sette
agosto del ’98, la Commissione periferica per le pensioni
di guerra e d’invalidità civili della Asl di
Nuoro decretò con rigida freddezza impiegatizia il
declassamento della sua patologia da “grave a semplice”.
Un provvedimento in cui sostanzialmente si affermava come
il bambino non avesse più bisogno né diritto
all’assistenza continuativa del padre e della madre.
La conseguenza fu che ai genitori di Mario venne revocato
il diritto ad usufruire dei permessi di lavoro sanciti dall’articolo
3 della legge 104 del ’92 e previsti proprio a tutela
di figli minori affetti da gravi handicap. A parere della
Commissione che esaminò la pratica dunque il piccolo
Mario, neanche undicenne, era ormai in grado di gestire
da solo la malattia. Tesi spiegata attraverso argomentazioni
che tradotte in termini concreti suonavano più o
meno così: caro Mario cresci in fretta e scordati
la fanciullezza perché d’ora in poi dovrai
controllarti la glicemia, farti l’insulina, comprare
medicine e aghi, andare dal pediatra e con lui, magari,
dissertare sul tuo stato di salute. Assurdo e inaccettabile.
E infatti i genitori di Mario non ci pensarono due volte
prima di affidare tutto in mano a un legale, l’avvocato
Emanuela Piras. Il provvedimento venne impugnato: citati
in giudizio il ministero del Tesoro e la Commissione medica.
Alla fine hanno avuto ragione.
La commissione, in maniera assolutamente meccanica, aveva
infatti combinato tabelle ministeriali e diagnosi. Pochi
secondi per valutare il caso dunque: questo rientra, questo
no. Più facile di così. Al di là dello
spirito della legge però, tanto che gli stessi esperti
incaricati dal giudice hanno scritto sulla perizia «come
il bambino vista l’età non può autogestire
la malattia e quindi finché non raggiungerà
un’età più matura si è di fronte
ad una situazione di handicap grave». Specificando
che: «la gravità della malattia deve essere
valutata facendo riferimento non solo alla rilevanza della
patologia oggettivamente considerata ma anche all’età
della persona». Parere che il giudice Anna Colli non
ha esitato a considerare «fondato su seri e completi
accertamenti clinici e sorretto da condivisibili argomentazioni
medico legali fondate su retti criteri tecnici e iter logico
ineccepibile». Per una volta dunque la ragione ha
vinto sulla burocrazia e da oggi i piccoli malati di diabete
saranno un po’ più protetti. Non solo loro
comunque. La legge infatti si applica a tutte le forme di
handicap definibili come gravi e la sentenza dello scorso
maggio sembra sancire un principio più generale:
cioè che la gravità della patologia va valutata
anche in relazione all’età del malato. «La
domanda è fondata e merita accoglimento»: parole
che a Mario hanno restituito l’adolescenza, il diritto
di crescere normalmente, imparando a capire il suo corpo
e il suo male. Senza fretta.
Massimo
Ledda
|