| EDUCAZIONE
SANITARIA QUARTO MEZZO TERAPEUTICO
L’educazione
sanitaria è considerata oggi il quarto mezzo terapeutico
nella cura del diabete, accanto all’insulina, all’alimentazione
e all’attività fisica. Di questa nuova realtà
si è fatta interprete, fra l’altro, anche l’Organizzazione
mondiale della sanità affermando che è "una
pietra angolare della terapia diabetologica e di importanza vitale
per l’integrazione del diabetico nella società".
I
benefici che l’educazione ha portato sono molteplici: in
genere, si ricordano l’autonomia terapeutica, la prevenzione
delle complicanze, il contenimento dei costi assistenziali.
Perché
educare?
La
risposta la diede, 70 anni fa, il dottor Elliot P. Joslin, pioniere
della diabetologia moderna: "il paziente diabetico più
informato sulla propria malattia vive più a lungo".
Se
analizziamo i progressi compiuti, in questo secolo, nel trattamento
del diabete possiamo comprendere l’importanza che ha avuto
questa geniale intuizione, rivoluzionaria rispetto ai tempi in
cui venne concepita. I diabetici hanno beneficiato di tre avvenimenti
in particolare:
1)
della scoperta dell’insulina (1922) che ha posto rimedio
alla prospettiva di una morte certa e precoce
2)
dell’uso comune degli antibiotici (1950) che ha consentito
di debellare le complicanze infettive;
3)
dell’educazione sanitaria che ha portato la loro sopravvivenza
molto vicino alla media della popolazione generale.
Oggi,
vi sono nuovi motivi per continuare a educare i diabetici a curarsi
da soli. Ad esempio per:
—
migliorare la qualità della vita conquistata rendendola,
al contempo, più produttiva e utile;
—
alleggerire l’onere assistenziale della famiglia, della
comunità, del sistema sanitario.
Chi
educare?
Non
solo il paziente con diabete deve essere educato; ma anche i suoi
familiari più stretti. Questo vale soprattutto per i genitori
dei bambini di età inferiore ai 12 anni sui quali cade
l’intera responsabilità del trattamento.
Educatori
non ci si improvvisa. È fondamentale, di conseguenza, che
l’équipe destinata all’insegnamento venga formata
dal punto di vista sia pedagogico, sia medico in maniera da esprimere
uniformità di linguaggio e di intervento. Essa deve avere
la possibilità di verificare periodicamente il proprio
operato in senso critico.
Si
discute se convenga, e in quale misura, coinvolgere la scuola.
E nostra convinzione che gli interventi, a questo livello, debbano
essere più informativi che coinvolgenti. La richiesta di
prestazioni o di vigilanze particolari potrebbe scatenare reazioni
nocive al reinserimento del giovane con diabete nel proprio ambiente
di vita.
Che
cosa insegnare?
Si
devono insegnare cose semplici, sempre comunque proporzionate
alla capacità di assimilarle da parte del giovane e/o dei
familiari. Qualunque cosa si insegni, però, dovrà
essere illustrata in maniera chiara ed esauriente. Non bisogna
mai dimenticare che lo scopo dell’insegnamento è
di consentire ai pazienti di curarsi bene e di acquisire abitudini
che permettano, con il minimo sforzo e il massimo rendimento,
di adattare le misure terapeutiche alla vita di tutti i giorni.

L
‘infermiera ha un ruolo di primo piano nell’istruzione
pratica del giovane con diabete.
Prima
ancora di essere istruito, il paziente e/o i genitori desiderano
essere informati su ciò che è accaduto, come è
avvenuto, se poteva essere prevenuto, se è possibile la
guarigione, Il momento è delicato e un passo falso, a questo
stadio iniziale, può mettere gravi ipoteche sulla futura
opera di educazione.
Il
protagonista di questo approccio preliminare deve essere il pediatra
diabetologo che, agli occhi del bambino e dei familiari, assume
la statura dell’autorità terapeutica: è lui
infatti ad aver scelto e diretto gli interventi che hanno riportato
il benessere fisico; è lui che decide le dosi di insulina,
è lui che pianifica la distribuzione dell’alimentazione.
Egli però non deve essere solo. Dietro le quinte deve agire,
di concreto, con la psicologa e con il pediatra curante, l’unico
che conosce la reale dimensione socio-culturale nella quale il
bambino è cresciuto e continuerà a vivere. La collaborazione
è utile per non chiedere partecipazioni sproporzionate
alle conoscenze e alle attitudini della famiglia.
Una
volta esaurita questa fase di introduzione all’educazione
- che dura, in genere, 2-3 giorni - può prendere avvio
l’istruzione vera e propria che riguarderà:
-
anzitutto, le prospettive di vita che sono notevolmente migliorate
dai giorni pre-insulina a quelli nostri;
-
l’esecuzione degli esami del sangue e delle urine e la loro
utilizzazione per l’adeguamento giornaliero delle dosi di
insulina
-
le norme comportamentali pratiche per prevenire, riconoscere e
trattare gli scompensi acuti;
-
l’utilità dei controlli clinici, laboratoristici
e strumentali per la prevenzione delle complicanze;
-
gli accorgimenti per affrontare viaggi, vacanze, vita di relazione.
Come
insegnare?
Sono
stati proposti programmi fondati, ora sul rapporto con il paziente,
ora sull’uso dei mezzi audiovisivi, ora su manuali divulgativi.
La maggioranza dei pazienti e dei loro genitori preferisce un
insegnamento di tipo individualizzato. Ciò comporta un
grosso impegno di tempo e di organizzazione sia da parte dell’équipe
diabetologica, sia da parte della famiglia del bambino diabetico.
Istruire individualmente significa non soltanto prolungare la
durata della consultazione, ma ripeterla frequentemente nel tempo,
almeno durante i primi tre mesi.
Per
quanto concerne la successione delle sedute di istruzione, ogni
Centro segue un proprio schema. Quello proposto qui di seguito
è solamente un esempio:
-
durante la prima settimana che segue la formulazione della diagnosi,
il nucleo familiare viene incontrato tutti i giorni;
-
durante le successive tre settimane, ogni tre giorni;
-
a partire dalla quarta settimana, e per altre quattro, ogni 7
giorni;
-
dal terzo mese, e per i successivi tre, ogni 30 giorni;
-
dal sesto mese, gli incontri si susseguono al ritmo di 2-3 mesi.
Si tratta, come si vede, di un cammino lungo, da percorrersi senza
fretta e senza lasciarsi alle spalle nulla di incompreso e di
incompiuto.
Quando
insegnare?
Fondamentale
è sapere cogliere il momento più opportuno per coinvolgere
il giovane con diabete nella gestione dei suoi disturbi e modulare
il programma d’insegnamento in rapporto all’età
del soggetto. Su quest’ultimo punto non esiste uniformità
di vedute. Questa è la nostra proposta:
-
lasciare ai genitori l’intero onere della sorveglianza e
del trattamento quando il bambino ha meno di 8 anni. Dopo questa
età, cominciare l’educazione così articolata:
-
ai ragazzi fra gli 8 e i 10 anni, insegnare la tecnica dell’iniezione;
la determinazione della glicosuria e della glicemia; la compilazione
del diario; l’importanza di un’alimentazione regolare
e frazionata;
-
oltre i 10 anni, non vi sono di regola difficoltà perché
il giovane impari ad aspirare e miscelare le insuline; a distinguere
i sintomi e i segni dell’ipo e dell’iperglicemia;
a conoscere la patologia nei suoi aspetti più generali;
-
negli anni dell’adolescenza, l’insegnamento riguarderà
la conoscenza approfondita del diabete; l’adattamento delle
dosi di insulina; la correzione della chetoacidosi al suo esordio;
i rischi connessi con il cattivo controllo metabolico e la possibilità
di prevenirli. Importante, nell’esecuzione di un programma
educativo, non è l’età, ma conoscere che cosa
in realtà il bambino è in grado di recepire dagli
insegnamenti che gli vengono impartiti. Ciò è possibile
dopo avere studiato le concezioni spontanee che egli ha sul suo
stato di salute, sul suo corpo e sulle manipolazioni alle quali
esso viene sottoposto. Tutto questo perché la rappresentazione
che il bambino si "fa" del diabete è molto probabilmente
differente da quella che gli adulti gli attribuiscono. Le implicazioni:
è inutile spiegare al bambino che cos’è il
diabete senza porsi realmente dal suo punto di vista e di comprensione
del problema. Si ritorna al capitolo precedente: interventi strettamente
personalizzati.
vanelli@unipr.it
Tratto
dal manuale "Assistenza al bambino e all'adolescente con
il diabete" del Prof. Maurizio Vanelli - Parma
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