Recenti
acquisizioni sull’eziopatogenesi del
diabete di tipo 1
Marco
Songini, Mattia Locatelli e Gian Franco Bottazzo* per conto dei
"IDDM-Sardinia Study Groups"**
Presentazione
Quando
emersero i primi dati dello studio EURODIAB-ACE, che indicavano
la Sardegna come una vistosa eccezione nel panorama dell’incidenza
del diabete di tipo 1 in Europa, ci si rese subito conto della grande
occasione che si prospettava per studiare da un lato l’eziopatogenesi
e, dall’altro, la storia naturale di questa malattia. In quanto
isola, la Sardegna presenta due importanti caratteristiche che la
rendono unica come osservatorio epidemiologico: possiede una componente
ambientale circoscritta e, soprattutto, un assetto genetico che
si è sviluppato storicamente in modo autonomo e con scarse
influenze esterne. Queste due caratteristiche rappresentano senz’altro
il miglior presupposto per cercare di risolvere il dilemma: il diabete
di tipo 1 è una malattia genetica oppure è la conseguenza
dell’azione di un fattore ambientale? Sono ormai dieci anni
che i "gruppi di studio IDDM-Sardegna" si stanno impegnando
a fondo nel tentare di risolvere questo dilemma e in questa rassegna
verranno riassunti i principali risultati che finora sono emersi.
L’assetto genetico resta uno dei fattori determinanti nell’eziopatogenesi
del diabete di tipo 1.Questo dato è confermato sia dagli
studi sugli emigranti sardi, che dimostrano una prevalenza della
malattia simile a quella registrata nell’isola, sia dagli
studi sulla prevalenza degli autoanticorpi anti-isola pancreatica.
In generale, la presenza di queste specificità autoanticorpali
ha una predittività massima tra i gemelli monozigoti (100%),
lievemente più bassa (75%) tra i parenti di primo grado di
un familare con diabete di tipo 1, ma cade drammaticamente quando
viene applicata alla popolazione generale (24%). Quest’ultimo
dato, emerso proprio dallo studio condotto in Sardegna, è
piuttosto sconfortante, se si considera che circa il 90% dei nuovi
casi di diabete tipo 1 sono "sporadici", ossia senza storia
familiare della malattia. L’approccio puramente genetico al
problema, nonostante oggi si conosca una numerosa serie di marcatori
genetici per il diabete di tipo 1 (sia predisponenti che protettivi),
resta tuttavia inadeguato, in quanto solo una piccola proporzione
di individui geneticamente a rischio diventa diabetico. Quindi,
allo stato attuale delle conoscenze, la genetica è sicuramente
in grado di individuare con maggiore accuratezza una quota di coloro
che non svilupperanno la malattia, rispetto a quelli che invece
la svilupperanno. Anche l’approccio puramente immunologico
però, come si è visto, non è ancora in grado
di predire in modo soddisfacente l’esordio della malattia
nella popolazione generale, un concetto che viene ancor più
enfatizzato se si considera che i dati sono emersi studiando una
popolazione che presenta una delle più elevate incidenze
di diabete di tipo 1 nel mondo. Ci sono poi gli inquietanti dati
epidemiologici che emergono in continuazione e che si possono riassumere
in due osservazioni: primo, l’incidenza della malattia nell’isola
continua inesorabilmente ad aumentare; secondo, il suo esordio clinico
tende a manifestarsi in una fascia d’età sempre più
giovane (0-5 anni). Come è possibile conciliare queste due
osservazioni, se non invocando "l’effetto ambiente"
che sembra ora agire in fasi sempre più precoci della vita,
e capace di scatenare il processo autoimmune solo in individui geneticamente
predisposti? Ed è forse in gioco solamente l’isola
pancreatico oppure anche altri organi sono coinvolti nel processo
autoimmune, dal momento che in Sardegna vengono segnalate anche
elevate prevalenze per altre malattie autoimmuni, come la malattia
celiaca subclinica, la sclerosi multipla e, forse, la tireopatia
autoimmune? Sebbene gli sforzi finora compiuti non hanno permesso
di individuare e di caratterizzare un fattore ambientale preciso,
responsabile del danno cellulare, sono ancora molte le variabili
che devono essere prese in considerazione e che potrebbero rivelarsi
determinanti, se lo studio potrà continuare con la stessa
enfasi degli ultimi dieci anni. Per il momento resta prioritario
continuare a portare avanti gli studi epidemiologici allargati nella
popolazione generale sarda, per poter sviluppare modelli di predizione
sempre più accurati ed efficaci. L’identificazione
degli individui a rischio permetterà infatti di circoscrivere
e di confrontare con maggior precisione i microambienti di provenienza
ma, soprattutto, ci darà la possibilità di estendere
l’applicazione delle strategie di prevenzione attualmente
in fase di sperimentazione o, quantomeno, di intervenire con una
terapia insulinica molto precoce. Il convincimento è che
la Sardegna contenga il segreto della causa del diabete di tipo
1.
Unità
di Predizione e Prevenzione dell’ IDDM,
Azienda
Ospedaliera Brotzu, Cagliari.
E
mail : songinim@tin.it
*Ospedale
Pediatrico Bambin Gesù, Roma.
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